“Enduring Freedom”: a un passo dalla vittoria
La corsa all’oro nero di Baghdad è decisamente iniziata.
Un “mare di petrolio” stimato in circa 115 miliardi di barili che si muove imperturbato sotto le aride steppe irachene e su cui molte società internazionali hanno da tempo puntato gli occhi. Per la prima volta dopo la nazionalizzazione dei pozzi e la creazione della Compagnia petrolifera nazionale del 1972, il Governo iracheno di al-Maliki ha dato il via a un’asta pubblica per l’acquisto dei diritti di sfruttamento dei principali campi petroliferi e di gas naturale iracheni.
Un principio di neocolonialismo occidentale per qualcuno, un’infinità di profitto per qualcun altro.
In lizza per accaparrarsi la partita circa 32 multinazionali, tra le quali spuntano le americane Exxon Mobile e Chevron, l’olandese Shell, le italiane Eni e Edison e la giapponese Nippon Oil, l’inglese British Petrolium, le cinesi China National Petroleum e Sinopec, il consorzio americano guidato da ConocoPhillips, ma anche la coreana Korea gas Corp, la malaysiana Petronas e la turca Tpao.
Con i suoi 115 miliardi di barili, l’Iraq è il terzo paese al mondo per giacimenti e se i nuovi accordi seguiranno l’andamento previsto dal Governo, porteranno nelle casse dello Stato circa 1700 miliardi di dollari in 20 anni che saranno per lo più investiti per la ricostruzione, l’infrastrutturazione, l’urbanizzazione e il consolidamento politico di questo paese ormai martoriato da 6 anni di guerra. Non si tratta tuttavia dei primi contratti dell’era post- Saddam, ma sicuramente della più importante apertura commerciale dell’Iraq di tutta la sua storia: infatti nel 2008 Baghdad rimise in vita un contratto da tre miliardi di dollari per lo sfruttamento di un giacimento con la cinese Cnpc, un tempo firmato dal governo di Saddam Hussein ma rivisto in una formula meno vantaggiosa per il cliente cinese. Un’apertura a mio avviso non indifferente.
Aprire alle società energetiche straniere l’usufrutto del tesoro nero custodito nella culla natia della civiltà, compressa dai colossi Iran, Arabia Saudita e Turchia, è certamente un fatto di notevole rilievo politico, strategico ed economico.
Non è possibile non ripensare al lontano 2003, agli albori della guerra, per ricordare i fiumi di parole spesi per tacciare di inutilità e opportunismo economico, le scelte di intervento militare in Iraq intraprese dall’amministrazione americana Bush, nell’ambito delle operazioni di enduring freedom.
Che l’intervento militare americano in Iraq fosse stato avviato essenzialmente in prospettiva economica è credibile, ma oggi empiricamente e politicamente da dimostrare.
Certo è che questi episodi commerciali inducono il ragionamento sulla strada della convenienza economica per alcune aziende statunitensi, ma sicuramente non nella dimensione monopolistica che veniva prospettata nei primi anni della guerra.
La partecipazione di aziende italiane, cinesi, turche, giapponesi, olandesi e di altre nazionalità a questa prima asta pubblica ci dimostra quanto sopra sostenuto e ci fa ben sperare per lo sviluppo e il processo di democratizzazione che questo paese ha da non molto intrapreso.
Culture differenti, nuove tradizioni imprenditoriali, tecnologie all’avanguardia e istruzione al lavoro; manualità, integrazione, possibilità di mobilità umana; irrobustimento delle casse statali ma anche adozione di personale e risorse locali per il perseguimento dello scopo imprenditoriale, sono solo alcuni degli aspetti positivi di questo “colonialismo industriale”.
Certamente una questione asimmetrica e impàri, ma se pensiamo che la partita commerciale si gioca nello stesso giorno in cui l’amministrazione Usa ha deciso di ritirare dalle strade delle città, le unità combattenti dell’esercito americano (circa 130 mila uomini in uniforme che presidiavano Baghdad, Falluja, Mosul, Bassora e che da ieri, martedì 30 giugno, resteranno nelle loro caserme) allora possiamo ancor più essere consapevoli che in Iraq il clima è diverso e che alcuni obiettivi del processo di enduring freedom sono stati raggiunti, e altri sembrano essere più vicini.
Noi nazional liberali italiani, che in Iraq ci siamo stati per davvero con uomini, mezzi, risorse e a sostegno delle forze alleate angloamericane e internazionali ( in missione di pace), assistiamo con un pizzico di orgoglio alla sfilata pacifica dei mezzi militari iracheni per le strade di Baghdad, alle elezioni politiche del 2005, a quelle provinciali di Febbraio 2009 e assisteremo a quelle parlamentari di fine 2009 per proclamare che, dopo anni di ingiurie, disinformazione e pregiudizi politici, in Iraq, finalmente, qualcosa è cambiato.
William Callegari