Iran: le violenze del regime e la cautela angloamericana
La tensione in Iran rimane altissima. Dopo le elezioni presidenziali del 12 Giugno, i sostenitori del candidato moderato Mir-Hussein Moussavi continuano a manifestare per contestare l’esito del voto, mentre la feroce repressione del regime guidato da Ahmadinejad assume contorni sempre più drammatici. Le fonti ufficiali parlano di una ventina di vittime dall’inizio delle proteste e di centinaia di arresti. Tuttavia i blog e i siti internet, uniche fonti di libertà di espressione rimaste in Iran, parlano di decine di morti e migliaia di arresti. La foto di Neda, la giovane uccisa nei primi giorni di protesta, ha fatto il giro del mondo, diventando il simbolo della rivolta di coloro che non vogliono riconoscere la legittimità delle elezioni presidenziali. La bandiera della voglia di libertà di un popolo oppresso che si ribella al regime. La situazione è tragica e le brutalità delle azioni adottate dalle milizie filogovernative sono un oltraggio alle regole internazionali.
L’Iran è lo svincolo politico cruciale per stabilire i rapporti di forza e gli equilibri economico-militari mondiali dei prossimi decenni. Le agitazioni contro il governo ultraconservatore guidato da Ahmadinejad sono un fatto epocale e si intrecciano con questioni internazionali di grande rilievo, dal programma di arricchimento dell’uranio promosso con decisione dal Presidente iraniano, agli enormi interessi economici in gioco, fino all’importanza del controllo e dell’influenza militare su un’area geografica strategica nell’infuocato panorama mediorientale.
Ma come rispondono le grandi potenze a ciò che sta accadendo in Iran? Il mondo guarda alle questione iraniana con grande attenzione, le diplomazie di tutti i governi agiscono con la massima cautela, considerati gli interessi coinvolti, per evitare di commettere errori strategici che rischierebbero di compromettere i rapporti economici e di politica estera dei loro paesi.
Gli Stati Uniti, in particolare Barack Obama, avevano agito con grande prudenza di fronte alle prime manifestazioni di protesta, ma l’escalation di violenze, ha portato il presidente americano ad alzare i toni, assumendo una posizione più decisa di quanto avesse fatto inizialmente, definendosi “sconcertato ed indignato”, condannando con fermezza quanto sta accadendo in Iran, schierandosi apertamente al fianco del popolo in piazza per Moussavi. La Gran Bretagna, storico alleato USA, è stato il paese che ha utilizzato i toni più duri nei confronti dell’Iran, deplorando il comportamento tenuto dal governo del leader ultraconservatore per le violenze post-voto contro il popolo manifestante. La crisi diplomatica tra Londra e Teheran è degenerata in seguito all’espulsione di due diplomatici britannici, a cui Brown ha risposto con l’espulsione di altrettanti diplomatici iraniani e si è acuita con l’arresto di nove funzionari iraniani dipendenti dell’ambasciata britannica. Il governo inglese ha accusato l’Iran di utilizzare la Gran Bratagna come capro espiatorio per distogliere l’attenzione dai fermenti politici interni. Scaricare all’esterno le tensioni interne è un classico artificio politico. Ahmadinejad, da parte sua, non ha gradito le condanne giunte da tutto il mondo nei confronti del suo operato per quanto sta accadendo a Teheran e ha minacciato “una risposta dirompente” che farà pentire i governi occidentali delle interferenze nella politica interna iraniana.
Obama, tuttavia, non vuole rinunciare al dialogo per prevenire la minaccia nucleare iraniana e combattere il terrorismo in Medio Oriente, però, la politica della mano tesa americana non è un’opzione a tempo indeterminato, come ha ricordato il Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini. Il Presidente USA ha ribadito che gli Stati Uniti fermeranno le sviluppo di armi atomiche iraniane perchè “un Iran dotato dell’atomica darebbe il via a una corsa agli armamenti in Medio Oriente”. Ahmadinejad in questi mesi dovrà decidere quale strada intraprendere, tra lo scontro aperto con l’Occidente e il reale negoziato sul programma nucleare. Franco Venturini, nell’editoriale del Corriere del 27 Giugno 2009, sostiene che “Ahmadinejad si comporta come se “volesse” essere bombardato. E Obama, tra mille equilibrismi, deve impegnarsi in un’ardua corsa contro il tempo per rendere possibile una soluzione alternativa, per non trovarsi un giorno una sola opzione sul tavolo, quel ricorso alla forza che tutti, Israele compreso, preferirebbero evitare”.
Gabriele Rebuzzini
Molto interessante e pieno di fondate verità ciò che hai scritto; offre spunti a particolari e significative riflessioni.
La foto della regazza iranana Neda, ricorda in modo assai preoccupante un famosissimo scatto,altrettanto drammatico,che risale all’estate del 1989 (se la memoria non mi tradisce) e che immortala un giovane studente fronteggiare una schiera di carri armati, come simbolo di protesta nei confronti della soppressione da parte del partito comunista cinese.
Nonostante questi avvenimenti siano distanziati di circa venti anni, la loro analogia risulta fortemente evidente,e il concetto di soppressione, ritenuto da molti una prerogativa del passato, si rivela tremendamente attuale.
Purtoppo anche al giorno d’oggi, in Iran (e in altre parti del mondo, compresa la Cina stessa), esempi come questi sono all’ordine del giorno; è abbastanza grave pensare che intere popolazioni siano impossibilitate da un lato a esprimersi liberamente e, dall’altro, a manifestare pubblicamente la latitanza di una democrazia organizzata.
Il compito dell’occidente, degli Usa e dell’Europa intera in primis,è quello di essere garante dei diritti di ogni persona. E’ impensabile che un dittatore come Ahmadinejad (il termine è assolutamente voluto) possa tenere in scacco gran parte dell’occidente con assurde e ripetitive minacce. Se alla politica interna di soppressione aggiungiamo anche una politica estera fatta di continue intimidazioni, risulta evidente che lo stato Iraniano rappresenta un problema non solo per la propria area geografica, ma per il mondo intero.
La situazione è molto delicata, anche perche qualche decisione di Theran potrebbe portare alla rottura degli esili equilibri presenti tra gli Stati in una zona bollente del mondo,quale il medio oriente.Ovviamente,nel caso in cui accadesse tutto questo, l’occidente non potrebbe esimersi dall’intervenire: ma perche, allora, dobbiamo aspettare che Ahmadinejad appaia nuovamente nei Tg con la sua spiccata tendenza nazionalista, con la prossima minaccia o repressione??
Meglio intervenire subito.
Credo che il ruolo delle potenze internazionali sia quello di trovare una soluzione immediata del problema iraniano che, se non affrontato in tempi brevi e con soluzioni intelligenti, sfocera sempre più in pesanti “crisi” internazionali simili a quelli avvenuti sull’asse Londra-Theran.
Sono assolutamente accordo con l’ultimo passaggio dell’articolo, che riporta le parole di Franco Venturini e non posso che dare pieno appoggio al Min.Frattini.La soluzione pacifica è indubbiamente la più auspicabile da parte di tutti; credo e spero che si inizieranno i lavori in questa direzione.
Purtoppo però, per imbastire un dialogo sono necessari almeno due interlocutori e, sentite le parole passate e presenti di Ahmadinejad (anche riguardo i suoi intenti bellicosi nei confronti di Israele), dubito che questa sarà la strada effettivamente intrapresa.
Rimane solo da sperare che la politica della mano tesa attuata dall’America e dall’Europa dià i suoi frutti in breve tempo, altrimenti sanzione dopo sanzione(che si decideranno al prossimo G8), si giungerà inevitabilmente ad un film gia visto sia nei primi anni 90 sia nel passato piu recente in Iraq.
Ale