Elezioni Regionali: azzardo leghista, caos Pd, ambiguità Udc
Mancano ormai solo due mesi alle elezioni regionali di fine Marzo ma non tutto è deciso, dai candidati alle alleanze.
Sono 13 le regioni dove si gioca la partita, 11 attualmente governate dal centrosinistra e 2 dal centrodestra. La vittoria del centrodestra è data certa in Lombardia, con Formigoni, e in Veneto con il leghista Zaia; successi sicuri per il centrosinistra in Toscana con Rossi ed in Emilia Romagna con Errani.
Ma è in Lazio, Puglia, Campania, Piemonte dove si gioca la vera partita. Chi vincerà in queste regioni sarà il reale vincitore della prossima tornata elettorale. Liguria, Calabria, Marche, Umbria e Basilicata le altre regioni al voto.
Il centrodestra non candida alcun uomo azzurro, proveniente da Forza Italia, nelle regioni in bilico. Mossa rischiosa. Al Nord si può parlare di azzardo leghista. Mi spiego meglio. Il centrodestra candida due leghisti al Nord, in regioni importanti come Piemonte e Veneto. E’ una scommessa ad alto rischio. In Veneto, dove si candida il ministro Zaia, non dovrebbero esserci problemi per il centrodestra ad ottenere una netta vittoria, anzi, la sfida sarà all’interno della coalizione, tra chi prenderà più voti tra Lega e Pdl. In Piemonte, dove si candida Roberto Cota, deputato del Carroccio, la questione è diversa, più delicata. Due candidati leghisti al Nord sono il pegno che il Pdl ha dovuto pagare alla Lega, non volendo concedere a Bossi il candidato in Lombardia. Il Pdl vuole avere un suo uomo nella regione più ricca e popolosa d’Italia. Roberto Formigoni è dato vincente per il suo quarto mandato al Pirellone. Il compromesso sulle candidature è il risultato dell’avanzata leghista nella tornata elettorale provinciale dello scorso anno e della forza sul territorio del partito di Bossi. La scelta di Cota in Piemonte ha determinato la rinuncia all’Udc, alleatosi con la presidente uscente Mercedes Bresso. Con un candidato Pdl ed un’alleanza centrista, il centrodestra avrebbe avuto ottime possibilità di vittoria in Piemonte, ristabilendo un blocco azzurro in tutto il Nord, come prima delle elezioni del 2005. Mi domando se sia giustificato l’azzardo leghista in due regioni. E’ solo una scelta per accontentare un capriccio del Carroccio o Berlusconi ha fatto bene i suoi conti? Certo è che le scelte del Premier sono dettate dalla volontà di non dipendere dall’Udc, a lui notoriamente indigesto, per non avere vincoli e problemi, che si potrebbero ripercuotere su scala nazionale.
I casi di Lazio e Puglia rendono evidenti i problemi interni al centrosinistra. Il caos regna sovrano nel Pd. La tornata elettorale nel Lazio è condizionata, inevitabilmente, dal caso-Marrazzo. Così è stato anche per la scelta dei candidati. Emma Bonino, candidata radicale, sarà appoggiata dal Pd. Scelta obbligata per i democratici. Nessuno alta personalità del Pd era disponibile e voleva mettere la faccia per il dopo-Marrazzo. Scelta subita, lasciando carta bianca ai Radicali. Una sconfitta in partenza per il Pd. L’unico in grado di contrastare il Pdl e garantire un’alleanza con l’Udc era Nicola Zingaretti, attuale presidente Pd della provincia di Roma, che ha gentilmente declinato l’offerta, intuendo le difficoltà dell’impresa. Si doveva appoggiare una personalità forte, anche non del partito. Emma Bonino è stata la soluzione ideale per il Pd, per coprire le problematiche nel reperire un autorevole candidato disponibile, che trovasse il consenso dell’intero Pd. La candidata Pdl nel Lazio è una fedelissima di Gianfranco Fini, la segretaria Ugl Renata Polverini. La candidatura della Bonino ha portato l’Udc a trovare l’accordo con il Pdl. I cattolici potrebbero avere un peso determinante nella scelta del nuovo Presidente, anche quelle componenti del Pd, come la Binetti, che non sosterranno l’esponente radicale.
In Puglia si intrecciano più questioni. Dagli scandali della sanità nell’ultima legislatura, alle lotte interne nel Pd, alle prove di alleanza con il centro. Le primarie di domenica hanno decretato la schiacciante vittoria del presidente uscente Vendola, sostenuto dalle componenti più radicali della sinistra, su Boccia, candidato sostenuto dai vertici Pd e dall’Udc. Sfiderà Rocco Palese del Pdl, attuale capogruppo in Regione ed ex assessore al Bilancio. Con vittoria di Vendola, l’Udc non appoggerà il candidato Pd e potrebbe rientrare in orbita Pdl. L’esito delle primarie è più importante di quanto si pensi. La vittoria di Boccia avrebbe potuto mettere alla prova quanto elaborato nel “laboratorio” pugliese da D’Alema e Casini: l’alleanza Pd-Udc. Questo nuovo patto porterebbe il partito di Casini a rafforzare la nuova coalizione, ma rischierebbe di perdere qualche voto cattolico al suo interno. Ne è convinto Berlusconi, che vorrebbe spingere Casini verso il Pd per liberare un 2% di elettori Udc, non soddisfatti dal nuovo eventuale accordo. Percentuale che potrebbe risultare determinante al Pdl per vincere in alcuni contesti regionali, come scrive Francesco Verderami sul Corriere di Sabato 23 Gennaio. In Puglia, con la vittoria nelle primarie del Presidente uscente, questa ipotesi è remota e molte questioni emergeranno nel Pd nei prossimi giorni, perchè Bersani e, soprattutto, D’Alema, si sono spesi nella campagna elettorale per appoggiare Boccia. Piani saltati e alleanza con i centristi compromessa. Si attendono sviluppi e ripercussioni su scala nazionale dal caso Puglia, perchè le primarie hanno ribadito l’esistenza di forti correnti interne nel Pd e hanno causato l’esplosione del laboratorio costruito da D’Alema e Casini.
In casa democratica, la candidatura in Campania è un’altra questione spinosa. Difficile gestire il dopo Bassolino. Non si è ancora trovato un candidato e l’Udc strizza l’occhio al candidato Pdl Caldoro. La Campania è una regione importante nel panorama nazionale per diversi fattori, economici e sociali, oltre che per la sua popolosità. Feudo democratico nelle ultime consultazioni regionali, ora rischia di diventare feudo azzurro in quelle del prossimo Marzo.
La questione Udc è centrale nelle alleanze. Casini è consapevole che il suo modesto 6% potrebbe tornare molto utile, sia al Pd, sia al Pdl. Potrebbe essere decisivo in alcune regioni. Lui, democristiano di vecchio corso, vuol ottenere il massimo delle poltrone con il minimo dei voti. Ripete sempre che lavora al dopo Berlusconi, ma, spesso, dimentica il presente. Celandosi sotto la sua neutralità, coerente solo con la sua chiusura verso Radicali e Sinistra, non esita a fare alleanze a destra e, contemporaneamente, a sinistra. La strategia del doppio forno non risulta gradita nè a Bersani nè a Berlusconi, ma i numeri gli danno questa possibilità. Casini a volte dimentica che anche lui ha bisogno del Pd e del Pdl, che hanno 5-6 volte i suoi consensi, per avere poltrone “pesanti” in alcune regioni. Ad oggi l’Udc appoggia il centrosinistra in Piemonte, Liguria mentre si allea con il centrodestra in Lazio e Calabria (a breve l’annuncio sull’intesa per Scopelliti). Corre da solo in Lombardia, Emillia Romagna e Toscana.
Ma nelle ultime ore, soprattutto dopo l’esito delle primarie pugliesi, ci saranno sicuramente nuovi colpi di scena. Nel Pdl come nel Pd. Senza dimenticare l’incognita Udc.
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