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WOODY ALLEN, O: IL CINICO CINEMATOGRAFICO

17 dicembre 2011

Ospitiamo il contributo critico di un amico: MATTEO

A detta di qualche amica Midnight in Paris, l’ultimo film di Woody Allen, celebre regista newyorkese, è un capolavoro (certo, come ci informa anche la critica di ogni sua nuova pellicola). Ma cosa ci voglia dire l’autore nell’intreccio tra personaggi e storia questo poco interessa: è sufficiente che vi sia un bel po’ di paroloni e un finale che i più chiamano romantico, ed eccole sciolte in un lago di brividi.

Che si tratti semplicemente di pura fictio, ed Allen ne è ben consapevole e ce lo mostra in Basta che funzioni, quando il protagonista, Boris, parla direttamente al pubblico, questo nei fatti è un aspetto spesso trascurato. Ma si sa che il cinema è fatto per far sognare.
Inoltre, è ben noto come alle donne piaccia sopra ad ogni cosa tutto ciò che brilla, tranne ovviamente le lampadine. Ma non è colpa loro. Ragionare per assoluti a quanto pare è una nostra prerogativa culturale, e ci caschiamo pure noi uomini. Di fatto basterebbe solo eliminare dalle letture per l’infanzia quelle quasi-impossibilità vestite d’azzurro e cavalcanti candidi equini.

Quel “tutto” che deve essere perfetto (l’uomo il matrimonio la casa il giorno ecc) è una costruzione maniacale e poco realistica, che di fatto separa quanto di spontaneo e vero ci sia promesso dal rapporto tra i due sessi.
Banalizzando: nasciamo nudi; e nella stessa maniera avvinciamo i nostri corpi nell’amplesso.
E proprio qui ci viene incontro il nostro con una storia senza dubbio originale e dal finale quanto mai prefabbricato; per far contento il pubblico delle signore, si suppone. E sotto questo aspetto il film appare proprio tale e quale a un uomo: tante, tantissime belle parole per raggiungere il proprio scopo.
A riguardo si prenda il bellissimo monologo fatto pronunciare ad Hemingway: “Io penso che l’amore vero e autentico crei una tregua dalla morte… La vigliaccheria deriva dal non amare o dall’amare male che è la stessa cosa. Quando un uomo che è vero e coraggioso guarda la morte dritta in faccia [...] è perché ama con sufficiente passione da fugare la morte dalla sua mente finché lei non ritorna come fa con tutti… e allora bisogna di nuovo far bene l’amore ”. Oro colato.

Ma quanti, e soprattutto quante, hanno davvero il coraggio di agire in questo modo? Normalmente un uomo che pronunci simili pensieri viene considerato un pazzo (se parla della morte, e tutti quelli intorno a toccarsi le palle o il seno) o un puttaniere o un’artista saturo di paranoie. Invece detto da Allen è semplicemente geniale. Questa non è altro che la realtà di un sentimento – una passione – che può divampare in qualsiasi istante, senza troppe storie o cene pagate o chiacchiere o altre menate: è il modo in cui i due sessi si equivalgono realmente: è qui e ora: è cinismo. Non vi vedo nulla di male, anzi. E se è pur vero che il corteggiamento è un rituale presente anche negli animali, essi però non conoscono il bisogno di fugare la morte. Rovescio della medaglia culturale.

Il nodo centrale, quello che mi sta più a cuore, è però la maniera di voler fondere una storia che attraverso altre voci ci parla di qualcosa di fuggevole e parziale con un protagonista “romantico”, nell’accezione più povera e melensa del termine. E non si parla di incongruenza logica; piuttosto di fiacchezza lirica.
In Midnight in Paris, il protagonista, impacciato scrittore alle prese con il primo romanzo e con i suoceri e la futura moglie che non capiscono le sue aspirazioni, è chiuso in tre assoluti: il voler rimanere a vivere a Parigi, il camminare sotto la pioggia e passeggiarvi di notte. E proprio – purtroppo, perché fino a quel punto davvero originale – in quei tre assoluti si concluderà il film, con lui che, lasciata la fidanzata, incontra per caso, di notte, una ragazza parigina conosciuta in un mercatino e la riaccompagna a casa, sotto la pioggia, che a lei piace.

Un po’ pochino, poiché, sia chiaro, nessuno vieta di credere nell’anima gemella, però il trovare quello che già si sa è, oltre che banale, troppo riflesso sul proprio io. E proprio qui viene a mancare, sopratutto se si parla di uno scrittore, il coraggio di mettersi in gioco per mantenersi entro uno status quo e la ben più vitale necessità degli amanti di urtare sempre nei limiti dell’altro.
Sulle note di una bellissima lirica di Giovanni Giudici che recita «La fine vera non è la fine aspettata.
», rispondiamo in contrappunto che spesso, e con molto più piacere, “l’inizio vero non è l’inizio aspettato”.

5 commenti Lascia un →
  1. manuel murante permalink
    19 dicembre 2011 14:13

    Bella critica.
    A me il film è piaciuto, un paio d ore passate tranquillamente.

  2. Anonimo permalink
    24 dicembre 2011 01:14

    Bella critica, complimenti “Meraviglia”!
    Pier

    • William C. permalink*
      24 dicembre 2011 19:04

      Grande Pier…ringraziamo insieme TEo, un fratello..
      una penna piccata e piccante!!
      trroverà nuovo spazio su Vocifero..
      A presto,…saluti a Bari vecchia!! :-) )

  3. Anonimo permalink
    1 gennaio 2012 10:56

    Ci aspettiamo troppo dai finali dei film.

  4. 16 gennaio 2012 18:12

    Grazie per i complimenti. Mi fa piacere che il pezzo sia stato di vostro gradimento.

    In parte è vero che ci si aspetta forse troppo dai finali dei film, ma non vedo in questo caso, dato che il film si presentava tutto sommato molto bene, il bisogno di raccontare sempre il solito finale, mio avviso unica e grande pecca che posso trovare all’originalità della storia.

    Un saluto.

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